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TERRITORIO COMUNALE DI PRATOVECCHIO
Il Castello di Romena

La signoria dei Guidi e il falsario Adamo

Testo di: Fabrizia Fabbroni Foto di: Claudio Paravani
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Posto nella Val d'Arno casentinese, a due chilometri da Pratovecchio, il Castello di Romena presenta le rimaste vestigia fiere che ancora svettano sulla cresta di un poggio lambito ad oriente dell'ancor giovane corso dell'Arno e bagnato a ponente dalle acque del fosso delle Pillozze.
Di questo che fu il più agguerrito fortilizio del Casentino, oggi rimangono due torri monche, parte del mastio e le mura diroccate su cui si aprono porta Gioiosa a oriente e porta Bacia verso occidente. Ma ai suoi tempi era munito di ben quattordici torri e le tre cinte murarie contenevano abitazioni per le cento famiglie, un ospedale per i poveri ed uno per i pellegrini.
Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Oggetti rinvenuti sul luogo non lasciano dubbi sulla presenza in antico di insediamenti etruschi e romani. Lo stesso toponimo Romena, per altri Ormena, di origine etrusca, richiama ad abitatori ancora più lontani a cui si associa il nome degli antichissimi Pelasgi.
Si racconta che nel III secolo sia stata distrutta dai Galli o forse dal passaggio delle schiere di Annibale. Di sicuro si sa che nel Medio Evo fu il più grande e il più temuto castello del Casentino e tanta parte ebbe nelle vicende della valle, della Toscana e della terra italica.
Dal XII al XIV secolo, dei numerosi castelli del Casentino la maggior parte soggiaceva alla signoria dei conti Guidi. Ma i domini di costoro non si arrestavano alla conca casentinese, bensì proseguivano oltre l'Appennino verso la Romagna e la Val di Sieve e aldilà del bastione del Pratomagno si spingevano per il Val d'Arno superiore e la Val d'Ambra. Il Castello di Romena, con tutto il suo territorio attorno che andava fino al Falterona, fu di costoro una delle sedi principali.
Prima dell'avvento dei Guidi erano signori incontrastati di quasi tutte le corti del Casentino i potenti Marchesi di Spoleto. Di loro fin dal 1008 risiedeva in Romena il Conte Guido Alberto e si dice che l'ultima di questa stirpe, la nobile Ermellina, abbia portato il Casentino ai Guidi andando in sposa a Guido Longobardico, meglio conosciuto come Guido Besangue Conte di Modigliana.
Prima di allora le grandi proprietà di terre, corti e castelli erano rimaste indivise sotto un unico signore che tutto dominava in un concetto politico ed economico di compattezza dei possessi. Questi dovevano passare di mano in mano in blocco unico, vuoi per assegnazione imperiale, vuoi per eredità.
Per il meccanismo della successione "longobarda" dei feudi, che faceva parte uguale a tutti i figli senza privilegiare il primogenito, i Guidi iniziarono le divisioni patrimoniali anche in Casentino.
Se a lungo andare queste crearono frazionamenti sempre più minuti, costituendo una delle cause principali della loro decadenza, in un primo momento fecero dei loro domini uno stato forte e ben organizzato.
Nel XIII secolo tutti i Guidi godettero di un tale prestigio presso Firenze che da quelli di città venivano chiamati "i conti" per antonomasia.
Ma è al Castello di Romena ascrivibile in gran parte la fama imperitura dei conti Guidi. In esso infatti, per merito di Dante e del XXX Canto dell'Inferno della sua Commedia, rivivono in eterno i fatti e le immagini straordinarie dei conti falsari e di Mastro Adamo da Brescia.

Dunque, secondo alcune versioni, i Guidi discesi dal matrimonio fra Ermellina e Guido Besangue, sarebbero stati successori dei marchesi di Spoleto nel vasto e ricco dominio del Casentino. Nel 1217, dopo la morte del loro figlio Conte Guido Guerra, a cui era andata sposa la "buona Gualdrada" Berti dei Rovignoni di Firenze, s'impose la divisione dell'eredità fra ben quattro eredi. Il Castello di Romena venne assegnato ad Aghinolfo che vi fissò la sua residenza e che divenne capostipite del ramo poi detto dei Conti Guidi di Romena.
E ai tempi dei nipoti di costui, precisamente nel 1280, avvenne il fatto del falsario Adamo di cui per tanti anni si parlo a Firenze e per tutto il Casentino.
Dante, che certamente aveva già sentito parlare del truce episodio nella sua città, ne venne a miglior conoscenza quando nel 1289 si trovò a dover varcare il Passo della Consuma insieme alle schiere guelfe che andavano a portare oste in Campaldino.
Fra Romena e Poppi si stende infatti la vasta piana che l'11 giugno di quell'anno fu teatro della famosa battaglia che decise l'annientamento definitivo della parte Ghibellina. Dante, che vi partecipò come feditore, nella cavalleria d'assalto d'allora, aveva ventiquattro anni e rimase molto impressionato dalla violenza della battaglia e dai luoghi dove questa si preparò e si svolse, gli stessi luoghi che lo vedranno esule e ramingo una prima volta pare intorno al 1306 e una seconda volta, non si sa bene per quanto tempo, fino al 1311.

Alcuni sostengono che fu a Romena durante "il primo tempo del suo esilio": questo però non chiarisce bene quando precisamente il poeta vi dimorò. Infatti tutto il periodo dell'esilio che lo vide anche in Casentino, e cioè quello che va dal 1302 al 1311, potrebbe essere considerato il primo tempo dell'esilio di Dante, mentre il secondo tempo del suo esilio definitivo e senza più speranza di ritorno, è da considerarsi quello compreso dal 1311, quando il poeta varcò l'Appennino per recarsi a Verona e Ravenna, fino alla morte.
Si dice che proprio a Romena, e precisamente dalla torre detta dei Prigioni, ove venivano inflitte ai vari piani pene diverse e sempre più pesanti dall'alto al basso, Dante abbia preso ispirazione per l'architettura a gironi del proprio Inferno.
Quello che è certo è che Dante fu ospite in Casentino, vide Romena e vi dimorò e lì penso e forse scrisse il XXX Canto dell'Inferno dedicato in larga parte a Mastro Adamo, falsario del fiorino fiorentino.

LA STORIA DEL FALSARIO ADAMO
In una novella di Emma Perodi (1850-1918), la famosa autrice delle "Fiabe fantastiche - Novelle della Nonna", tutte ambientate in Casentino e nelle zone limitrofe, e di cui nel 1994 è corso il centenario della prima pubblicazione, si racconta la triste storia di "Adamo il falsario", raccolta dalla viva voce della gente.
Adamo era un ebreo che da Brescia si era dovuto trasferire a Firenze dove aveva accumulato molte ricchezze. Perseguitato, anche da qui aveva dovuto fuggire e si era messo a coniare fiorini falsi a Romena su istigazione dei tre fratelli Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo, padroni di quel castello e avari all'inverosimile.
Per molto tempo Adamo, che si era allestito un laboratorio nei sotterranei di Romena, coniò fiorini falsi e li spacciò per buoni in Toscana, a Perugia e perfino a Roma allo scopo di screditare la potente moneta fiorentina nei paesi coi quali Firenze conduceva i suoi affari. Naturalmente i fiorentini gli davano la caccia, ma non osavano cercarlo in Casentino, terra dei potenti Conti Guidi, avversari di Firenze.
I sotterranei degli avidi conti di Romena intanto straboccavano delle ricchezze che il falsario Adamo procurava loro con i suoi loschi traffici. Finché un giorno qualcuno al servizio dei tre fratelli, da sempre malcontento del trattamento che gli avari padroni gli riservavano, insospettito dagli strani movimenti che si verificavano intorno al castello per opera dell'ebreo, trovò il modo di denunciare l'attività del falsario alla Repubblica di Firenze.
Si è molto discusso intorno al luogo preciso dove Mastro Adamo fu arrestato ed arso vivo. Alcuni dicono che il fatto debba essere avvenuto a Firenze, al fine di lavare l'onta sul luogo stesso dello spaccio. Altri affermano che la punizione esemplare venne data a Romena, sul posto stesso dove i fiorini erano stati coniati. Ma la tradizione popolare vuole che i soldati, guidati dal Bargello in persona, gli tendessero un tranello al passo della Consuma, terra di giurisdizione fiorentina. Quando Adamo si accorse dell'imboscata ingurgitò una boccetta intera di veleno che teneva sempre in tasca. Ma senza nessuna pietà, sul luogo stesso fu preparato un rogo dove Mastro Adamo fu messo a bruciare ancora agonizzante.
Le sue ceneri vennero sparse al vento e da quel giorno, per molto tempo di notte, su per la Consuma si vedeva aggirarsi lo spettro del falsario in cerca di pace, finché i pellegrini, secondo l'usanza e per guadagnarsi le indulgenze, passando da quel luogo di dolore, cominciarono a gettare pietre sul punto esatto dove era stato eretto il rogo.
Nelle montagne del Casentino si trovano di frequente mucchi di sassi sui luoghi dove avvenne qualche tragico evento. I sassi sona le preghiere e i ricordi rinnovati dei vivi e quegli strani, spontanei monumenti, sono chiamati dalla gente "muricce" o "macie".
Nei pressi della Consuma ancora oggi è possibile vedere una macia sul luogo che si chiama "Omomorto".
C'è chi si spinge persino a dire che il valico, teatro del tragico evento, venisse chiamato solo da allora Consuma a monito e a perenne memoria di quel povero corpo che in quei luoghi venne consumato dalle fiamme.

ADAMO E FONTE BRANDA NELLA DIVINA COMMEDIA
Dante colloca l'anima di Mastro Adamo nella decima bolgia dell'Inferno fra i falsificatori.
Il falsario del fiorino di Firenze, gravato da idropsia, col volto smagrito e il corpo gonfio, così si rivolge al viaggiatore eterno e a Virgilio che l'accompagna:

"O voi che sanz'alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo",
diss'elli a noi, "guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'io volli,
e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendono giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ch'é l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov'io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
Ivi è Romena, là dov'io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso lasciai.
Ma s'io vedessi qua l'anima trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
............................"

Nonostante che fra i numerosi commentatori di Dante in passato non ci sia stato accordo a proposito del luogo in cui collocare la fonte a cui il sommo poeta fa riferimento, indicandola alcuni persino con la fonte Branda di Siena, oggi si è propensi a pensare che la fonte di questo verso sia proprio quella che sgorga ai piedi del Castello di Romena. Si trova subito fuori dalla terza cinta muraria, lungo la vecchia via che dal cassero porta ai piedi di San Pietro, poco prima dei resti della torre della Gabella. Oggi la fonte, benché ripulita e resa alla sua dignità dagli attuali proprietari del Castello, i conti Goretti de' Flamini, è quasi asciutta, specialmente nei mesi estivi.
Ma in passato è lì che Mastro Adamo e anche Dante si sono dissetati ed è pertanto più logico che sia di quella fonte e non di altre che Dante parla per bocca dell'assetato falsario di Romena.

Tanti altri furono i fatti che si raccontano intorno al Castello di Romena e ai Conti che ne ebbero signoria. Ma le favole e le leggende in gran parte si spensero nel 1357, quando il potente maniero finì d'appartenere alla famiglia dei Conti Guidi. In quell'anno gli ultimi dei Guidi di Romena vendettero il Castello al Comune di Firenze per 9.600 fiorini che dovevano essere d'oro "retto e peso fiorentino"; e la città vi pose il suo dominio.
Così terminò l'importante ciclo storico di questi potenti feudatari e con loro se ne andarono via le storie dal cassero, via dalle torri e dalle alte mura per raccogliersi nel cuore e nella mente della gente del Casentino che ancora le racconta.

Perché in questa valle, dove è più facile andare "sulle orme di Dante", più che altrove sembra che le memorie vengono risparmiate dal logorio del tempo e delle mode. Né d'altra parte sono mancati fino ad oggi coloro che, poeti scrittori e illustratori, le hanno fissate sulla carta o sulla tela.
Ma se per sventura anche la gente del nostro Casentino dovesse perdere il senso della rimembranza, e nessun altro ne parlasse più, rimarrebbe per sempre il canto del Sommo Poeta a ricordare fra le tante vicende i tempi, le avventure e le sventure dei Conti Guidi, del falsario Adamo e del potente Castello di Romena.

Il fiorino fiorentino porta in una faccia il giglio della repubblica e nell'altra l'effige di San Giovanni, patrono di Firenze e titolare del Battistero.
Il detto, tramandato nei secoli, di "San Giovanni non vuole inganni" originariamente stava a significare "guai a chi falsifica il fiorino di Firenze"...

CRONOLOGIA FONDAMENTALE

1008
Al castello risiede il Conte Guido Alberto dei Marchesi di Spoleto.
1217
Il castello è assegnato ad Aghinolfo il capostipite del ramo dei Conti Guidi di Romena.
1280
Al castello di Romena Mastro Adamo forgia i fiorini d'oro.
1289
(11 giugno) "Battaglia di Campaldino".
Dante ha ventiquattro anni e passa il valico della Consuma assieme alle schiere guelfe.
1306
L'esule Dante Alighieri è in Casentino.
1311
Dante Alighieri è ancora in Casentino.
1311
Dante Alighieri varca definitivamente l'Appennino in direzione nord-est.
1357
La Repubblica Fiorentina compra il Castello dagli ultimi Conti Guidi di Romena.